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interviste di Laura Salvi su Facebook!

 
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Inviato: Mar Apr 07, 2020 5:54 am    Oggetto: Ads

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ugòp
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MessaggioInviato: Sab Apr 16, 2016 8:14 am    Oggetto: interviste di Laura Salvi su Facebook! Rispondi citando

Per chi non usa Facebook, riporto l'intervista rilasciata ieri da Laura Salvi alla pagina FB ASSOCIAZIONE SIBILLA APPENNINICA, per la valorizzazione e la difesa dei Monti Sibillini.
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Come promesso nei giorni passati, qui sotto pubblichiamo una breve intervista che parla di un bel paese dei nostri amati monti, un paese i cui abitanti hanno un'usanza che ha radici ancestrali, infatti dedicano ai propri cari, morti, degli alberi, piantandone di nuovi o dedicandogliene alcuni già esistenti (pratica molto diffusa tra i nativi americani che più di ogni altro capìrono l'esigenza di tutelare tradizioni-ricordi-natura, prendendo dalle prime saggezza e dall'ultima solo il necessario per vivere, proteggendola in cambio). A raccontarci del paese di Lucciano sarà Laura, ma ognuno di noi si riconoscerà nelle sue parole, sentirà la nostalgia dei posti che ama, del paese dove è nato, dei ricordi della propria infanzia, sentirà, meglio vivrà, gli stessi stati d'animo.
Buona lettura.


Ricomincio dalla nostra storia
Lucciano è un piccolo agglomerato di case su una collina dei monti Sibillini. Qui la dimensione umana si fonde e identifica nel legame con le radici, con la terra. Quale metodo migliore per conoscere Lucciano quindi, se non attraverso chi è parte integrante del tessuto umano. Chi questo posto lo conosce e lo ama. Laura Salvi che conserva un forte legame con il paese ce lo racconta.
Se dovessi scegliere una caratteristica fondante di Lucciano, su cosa focalizzeresti la nostra attenzione?

Una forte prerogativa di questo paese è un’attività che affonda le radici nel paesaggio e nella sensibilità che unisce uomo e territorio. Qui infatti si è instaurata la pratica di dedicare la crescita di una pianta ad un caro scomparso, piantandone ex novo o affidando il ricordo a piante già esistenti.
Quale segno si vuole dare con questo gesto?
L’atto del seminare, o comunque prendersi cura di un albero, non è solo un simbolo che ricollega alla vita il ricordo delle persone che sono state importanti, ma ha una forte valenza di progettualità. L’idea di un passato necessario e propedeutico ad un futuro costruttivo, del quale bisogna continuare a prendersi cura.
Parlando di continuità tra passato e futuro, quali sono le tradizioni che Lucciano conserva?
Una delle ricorrenze che viene celebrata più sentitamente è la festività di San Giuseppe, durante la quale si può prendere parte ad una suggestiva processione che nel mio ricordo termina con un pranzo alla tavola di mia nonna; un altro evento carico di significato e di partecipazione è la notte di San Giovanni. Come più d’uno ricorderà anche da riferimenti letterari, quello shakespeariano del Sogno di una notte di mezza estate è forse il più famoso, è una notte ricca di fascino, che segna il solstizio d’estate e quindi l’apertura di una nuova stagione. Le signore del paese pongono dei petali in catini di acqua che la tradizione vuole San Giovanni passi a benedire nella notte, così che il mattino seguente gli abitanti potranno lavarsi e di conseguenza purificarsi con quest’acqua profumata e nuova.
E di nuove tradizioni? Di progetti di storia più recente?
Ad oggi un bel progetto di storia relativamente giovane è quello del Balcone fiorito, una divertente gara tra le fioriture più belle che impreziosiscono le case degli abitanti più volenterosi. Una di questi è mia zia Gianna, che, scusate il campanilismo, spero vinca la prossima edizione!
Cosa vuol dire per te Lucciano?
Io voglio bene a questo paese, quando da Roma torno verso Lucciano la strada bianca, i ciliegi, mi introducono alla casa che sembra aspettarmi, volermi ripagare con la sua semplicità. Mi riporta all’infanzia, alle serate passate a giocare a nascondino con i miei cugini ed i bambini che conoscevo, facendo dell’intero paese un’unica tana allegra. Ora che ci torno da adulta mi accorgo che mi piace sia costruito in pietra arenaria a vista, mi piace sia solitario in questo pezzo di campagna.
O.S.

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L'ultima modifica di ugòp il Mar Mag 03, 2016 9:08 am, modificato 1 volta
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MessaggioInviato: Lun Mag 02, 2016 2:58 pm    Oggetto: nuova intervista di Laura con la zia Gianna Rispondi citando

Ecco un'altra bella intervista sulla pagina FB dell'Associazione Sibilla Appenninica di Laura Salvi alla zia Gianna (moglie di Mario Salvi): una piccola lezione di storia, ma anche di vita da queste due donne della nostra famiglia!
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Salve, pubblichiamo un’ intervista sull’arte del ricamo.
Qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra la nostra associazione col ricamo? La risposta è semplice ed in parte si intuisce già dalle prime parole dove chi intervista è una psicologa che pone domande alla zia, il ricamo è qualcosa di più del ricamo fatto dalle abili mani della ricamatrice, andando avanti nella lettura, sembra che anziché di fili ed aghi si parli di vite, di stati d’animo, dei legami con gli altri presenti, ma anche con le generazioni future, della nostra necessità di lasciare agli altri che possono essere presenti, ma anche ai nostri discendenti, qualcosa di buono, lasciare un ricordo bello di quello che siamo stati ed abbiamo fatto per loro.
Cosa c’è di meglio di lasciare un mondo migliore ai nostri figli e nipoti? Un mondo intatto e preservato dall’inquinamento, tutelato nell’ambiente, ma anche un mondo dove si sappiano riconoscere i valori, quelli veri che sono tanti, ma primo tra tutti la generosità. Buona lettura.
“ Amato mai serrai se a te solo penzerai”
Il ricamo è una delle arti popolari che ancora, nei piccoli centri soprattutto, resiste all’inarrestabile restrizione del tempo quotidiano. Dai corredi chilometrici che impegnavano intere famiglie nel passato, ai piccoli nuclei di ricamatrici che si trovano come in club segreti oggi, le donne continuano a ricamare ancora per produrre piccoli gioielli manifatturieri. Una la conosciamo nelle domande che di seguito Laura pone a zia Gianna: le due donne, una psicologa, l’altra ricamatrice, si trovano ad intrecciare due trame che potrebbero immaginarsi distanti, ed invece rivelano più di un punto in comune.


L’arte popolare, in senso più ampio l’anima popolare, si manifesta abitualmente in modo istintivo. Non trovi che nel ricamo ci sia però anche una forte dose di ordine, di premeditazione , di serialità?
Nel mondo rurale, durante le lunghe serate invernali, si cuciva il corredo per le figlie da sposare, il che riguardava praticamente quasi tutte le famiglie, di conseguenza fare il ricamo era conosciuto e praticato dalla maggior parte delle donne. Il fatto che sia un’arte finalizzata alla produzione di un oggetto d’uso forse ne sottolinea la precisione delle regole, ma l’estro della creazione artistica è tanto, anche se può sembrare ovattato dalla conoscenza diffusa e dalla pratica. Forse si potrebbe chiamare hobby, io la ritengo a tutti gli effetti un’arte.
La distinzione tra arte ed hobby è sempre difficile. Lo scarto avviene quando l’apprendista inizia a creare…. E poi che succede?
Non bisogna tralasciare che a parte l’originalità della creazione è necessario che l’oggetto abbia una preziosità che non può essere data che dalla competenza, l’esperienza, l’armonia dell’esecuzione e l’alta qualità dei materiali.
Quando scegli cosa ricamare scegli parallelamente su quale materiale quindi?
Assolutamente! Il materiale è fondamentale. Una canapa, un lino…ogni materiale richiede un tipo di lavoro ed anche un tipo di disegno del tutto personale. La cosa prende ancor più importanza se si pensa molti di questi lavori vengono esposti sui balconi al passare delle processioni, evento centrale per esprimere devozione.
Come scegli il tessuto?
Le stoffe su cui lavorare le si sceglie per proprio gusto personale cercando un legame con la natura. Ed è una scelta che è legata al tatto, al pregio, e mai snaturando le trame che la natura ha già impresso nei materiali.
Come ti sei appassionata al ricamo? Dove hai imparato?
Potrei dirti che ho imparato vedendo le donne più adulte di me che lo facevano, e ho imparato perché mi incuriosiva, ma questa è solo una parte della verità. La cosa bella del ricamo, e della tradizione, è che ogni donna lo conserva dentro di se non come una cosa da imparare, ma da scoprire. E’ come se fosse naturale.
Quando guardo i tuoi lavori penso che ci vuole davvero tanta pazienza per portarli a compimento, cosa ti spinge ad investire il tuo tempo nel ricamo?
In realtà io mi rilasso ricamando. Il tempo, così concitato nel quotidiano, si dilata nel ricamo. E’ un modo per recuperare dei sentimenti femminili che hanno ritmi di altri tempi. Non penso a quello che dovrò fare dopo il ricamo, né a quello che è successo prima, la concentrazione è molto alta, perché sbagliare vuol dire sfilare e ricominciare. Ma allo stesso tempo non è una pratica di isolamento, è solo che la dimensione è diversa e con equilibri più netti, tutto quello che non è ago e filo è più lontano e meno pressante.
Trovi che il ricamo sia un modo per concentrarsi su se stessi quindi, sui propri ritmi interiori?
Si e no. Quando ricamo nello stesso tempo sono da sola con il mio gesto, che mi libera la mente, ma non perdo mai occasione per approfondire di questo momento per intessere rapporti con le altre ricamatrici, e non sai quanti racconti vengono fuori ricamando!
Mi ricorda un bel film di qualche anno fa “Le ricamatrici” nel quale la pratica del ricamo era il balsamo per lenire ferite molto profonde. E’ un po’ una metafora della ricomposizione di una tessitura degli sfilacciamenti dell’anima attraverso la creazione di un oggetto nuovo, che ne pensi?
Assolutamente si, e non solo nuovo, ma un oggetto che rimarrà nel tempo, e io credo rispecchi quella splendida attitudine tutta femminile che sa comprendere tessere e ricucire, che si parli di oggetti o di spirito.
Quando inizi a lavorare su un modello, un disegno da ricamare, che cosa fa la differenza nella scelta?
Nel ricamo, come lo conosco io, come lo ha conosciuto la mia generazione che ancora lo tramanda volentieri per quello che può, si ricama sempre pensando a qualcuno, la persona che dovrà godere del lavoro che ora io sto iniziando a creare per lei. Penso alla persona a cui voglio destinare la mia piccola (o grande) fatica!
Se dovessi spiegare un motivo per cui non potresti mai smettere di ricamare, quale sarebbe?
Innanzitutto perché mi appassiona, trovo divertente che sia un’arte molto pratica e insieme completamente decorativa. E’ intuitivo pensare che il ricamo sia nato dalla volontà di unire e sagomare teli per un motivo oltre che funzionale anche armonioso, fino ad arrivare ad essere arte. In più adoro che sia una pratica che unisce diversi tipi di comunità. Inteso sia come ricamare in compagnia, ma anche come azione fatta per glia altri, i terzi che usufruiranno e godranno di quelle produzioni. Cose belle che ci sopravvivono e che qualcuno continuerà ad apprezzare. Forse chi ama il ricamo è fondamentalmente un ottimista!


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L'ultima modifica di ugòp il Sab Mag 28, 2016 9:57 am, modificato 1 volta
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MessaggioInviato: Sab Mag 28, 2016 9:56 am    Oggetto: Intervista di Letizia e Gianna su Facebook! Rispondi citando

Nuova intervista sulla pagina Facebook della Sibilla Appenninica, questa volta c'è anche Letizia! Shocked
Per chi non usa FB, ecco il testo:


Nazzareno Brunozzi ha aggiunto 2 nuove foto. 24 maggio alle ore 13:30
Chi magna e non invita se struzzasse ogni molica (Chi mangia e non invita possa strozzarsi ad ogni mollica)
(
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il link per la pagina FB)

Siamo di nuovo a Lucciano, tra le strade strette nelle quali il da farsi in cucina si avverte dall’odorato. Qualcosa in forno cuoce, sicuramente di dolce. In una casa c’è zia Gianna, che ha appena infornato la Frustenga, il dolce con il quale si dichiara marchigiana doc; da tutt’altra parte zia Letizia, viaggiatrice vorace da oriente ad occidente, toglie dal forno un dolce che possiede la stessa componente di semplicità e tradizione.
In un’intervista doppia ci svelano le ricette e si svelano nella comune passione per la cucina.

Qual è la prima ricetta che vi viene da condividere che possa rappresentarvi e che avete piacere di raccontare?
Zia Gianna: Senz’altro la Frustenga, il dolce più tipico della nostra zona, e quindi anche quello che sento più mio.
Zia Letizia: La Torta di mele di Nonna Peppina. Potrà sembrare un dolce non particolarmente ricercato, ma fidatevi è quello che ci vuole per sentirsi sé stessi e a casa.
Ricette per favore!
Zia Gianna: Frustenga
3 etti fichi secchi
Cacao a piacere
Limone e arancia grattugiati
Cannella
3 etti uvetta
2 piatti colmi mele tagliate a fettine
Pere
Banane
Pancotto salato
Rum
Farina quanto basta
Zucchero una spolverata
Diluire il pancotto con una tazza di acqua o latte, aggiungere farina bianca un terzo e farina di granturco due terzi, l’impasto non molto denso deve essere coperto di zucchero e messo in forno senza farlo diventare troppo alto.
Zia Letizia: Torta di mele di Nonna Peppina
5 mele, tagliate a fettine
5 cucchiai di farina
5 cucchiai di zucchero
1 etto di uvetta
½ bicchiere di latte
½ bicchiere di olio
2 uova
1 cucchiaino di cannella
1 bicchierino di rhum
½ bustina di lievito
Si sbattono le uova con lo zucchero, l’olio (anche di mais) e la farina. Si unisce tutto il resto. Mettere in una teglia ricoperta di carta da forno. Deve essere alta circa due dita. Cuocere per 35’ a 180°.
È curioso, avete scelto due ricette molto simili, estremamente semplici e cariche di intrecci con le vostre radici marchigiane, eppure fate due vite molto diverse, ma la scelta di questi dolci vi ha accomunate, ci dite di più sul vostro rapporto con la cucina?
Zia Gianna: Il mio legame con la cucina è un legame di grande allegria, festoso direi. Soprattutto con i dolci. Un tempo il dolce fatto a casa era sempre per una festa, era la preparazione di un rito. Oggi è chiaramente diverso, molto spesso metto un dolce in forno solo perché ho trovato dei buoni ingredienti al mercato, ma non ti nego che tutt’ora mi diverte avere qualcuno che parla e ride intorno quando preparo. Mi sembra anche che il risultato sia migliore.
Zia Letizia: Ma, cosa dirti della mia cucina? Innanzitutto non mi considero una cuoca. Cucinare è sempre stato, ed è, un piacere, ma senza nessuna fatica e con facilità. Mi piace cucinare tutto, cambiare ricetta o prenderla da altri, o dai paesi dove sono stata. Come il cuscus libico, l’hommos siriano, il curry indiano.
Ma la tradizione marchigiana rimane nel mio cuore, mi piace l’uso del finocchio selvatico, che metto con tutte le carni, nelle verdure, nel pesce: la coda di rospo in porchetta è buonissima!
Ma ho voluto mandarti la ricetta di un dolce semplice, perché è sempre gradito.
Come vi destreggiate con le materie prime semplici, che sono la base delle ricette della tradizione?
Zia Gianna: Certo dagli ingredienti quello che si evince è subito il recupero di semplicissimi elementi, ma il loro accostamento è tutt’altro che semplice, c’è grande sapienza, pazienza fantasia e destrezza. A volte pochi ingredienti hanno bisogno di combinazioni da pozioni magiche.
Zia Letizia: Pensavo da ragazza che le ricette potessero essere imparate conoscendo le esatte dosi e leggendo le preparazioni. Poi ho capito cosa vuol dire quando si dice che i piatti della tradizione possono essere appresi solo vedendoli fare. Questo mi è stato chiaro anche curiosando tra le tradizioni di altri paesi. Ogni dose è pensata sulla mano della singola donna che la impasta. È unica.
Il detto dice che a tavola chi mangia da solo, senza farlo in compagnia, dovrebbe avere la bella punizione di strozzarsi; dite che è ancora valido anche di questi periodi di grandi solitudini e grande individualità, in cui non solo le persone da invitare a tavola, ma i nuclei familiari stessi, diventano sempre più ridotti?
Zia Gianna: Forse non meritiamo proprio di strozzarci, ma i nostri nonni, anche i nostri genitori, avrebbero di sicuro storto il naso di fronte al modo di rapportare la nostra vita sociale alla tavola. Non è più il luogo di confronto che era prima. A tavola si discuteva, le decisioni importanti erano prese il più delle volte a tavola. Le liti scoppiavano a volte, ma anche le migliori risate.
Zia Letizia: È strano pensare a quanto la situazione di benessere tra il tempo dei nostri genitori e quello dei nostri figli sia cambiata, in meglio per molti versi, ma quanto la condivisione di quello che si ha sia invece tanto invertita. Ma la sacralità della convivialità in qualche modo, soprattuto quando vedo delle belle tavolate di ragazzi, la vedo far capolino. Quello che mi dispiace di non intravedere più è invece il senso di sacralità di alcuni gesti legati a determinati cibi che ricordo con amore.
Non so se può esservi familiare, ma io ricordo grandi gesti sacri intorno al pane, ritrovate nella memoria aneddoti in merito?
Zia Gianna: Certo che sì. Quando ero bambina ricordo che se un pezzo di pane cadeva per terra mi veniva insegnato a raccoglierlo e baciaro prima di rimetterlo al suo posto, mai di gettarlo via. Usava così: il pane caduto non si buttava. Anzi, quel bacio era forse un modo per scusarsi con il cibo per avergli mancato di rispetto. Non so se la mia è stata una delle ultime generazioni a cui è stato insegnato a baciare il pane. Prima della “felicità” confusa con il consumismo.
Zia Letizia: La sacralità quotidiana del pane. Tanti aneddoti ci sono sul tema. Intanto doveva essere posato dritto sulla tovaglia, disposto al centro o accanto a chi presiedeva la tavola, non ne andava mai spezzato o tagliato più di quanto servisse e in ogni caso non bisognava farlo cadere, e darne qualche briciola a fine pasto agli uccellini sul davanzale (questa forse era solo una tradizione dei piccoli, ma era pur sempre una tradizione). Il pane era davvero un simbolo. Il simbolo della natura e della cultura: dell’azione dell’uomo in armonia con la natura.


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La Pastiera di Pasqua 2016 di Letizia e Micaela.

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MessaggioInviato: Lun Lug 18, 2016 8:43 am    Oggetto: Con Gabriele e Marco Scapeccia! Rispondi citando

Ancora un'altra intervista di Laura: con Gabriele Marini e Marco Scapeccia!

“Chi cerca trova, chi cammina inciampa”
Zaino in spalla, bastone, borraccia e scarpe da trekking. Eccoci pronti: Laura, Gabriele e Marco davanti alla fonte della piazza di LUCCIANO, struttura antica in pietra come d'altronde tutta l'architettura del paese.
Quello che si apprestano ad affrontare è un percorso scelto da Marco, il capogruppo della piccola spedizione. E noi li seguiamo.

PERCORSO: LUCCIANO - h 3 - MASSAPROFOGLIO - h 1 ½ - FIUME - h 1 ½ - PIEVETORINA
Sono le 6 del mattino il sole già alto a LUCCIANO, ma ancora con raggi tiepidi, e già nella valle campeggia la meta Pievetorina. Dove andiamo ora? Qual è lo spirito con cui iniziano queste gite?

Marco: Ora andiamo verso SEGGIOLE, una micro tappa del percorso, nei primi metri fatti costeggiamo il piccolo boschetto di gelsi. Nel mio caso un po’di senso di responsabilità. Ma anche adrenalina.
Laura: Fare queste escursioni è particolarmente divertente, perché oltre ad essere una passeggiata nella natura, per noi sono anche un excursus nei ricordi. A destra della strada la vecchia scuola con davanti il campo di calcio di terra battuta.
Gabriele: Sono sempre ansioso quando inizia un percorso. Credo di vedere la croce di legno che indica il sentiero della vecchia parrocchia la Chiesa di S. ANDREA sulla collina, un ritrovo di preghiera degli abitanti di Lucciano. Ed eccola infatti.
Si nota molta familiarità con gli spazi in questa prima parte del percorso, preferite quindi una passeggiata in posti familiari o amate anche buttarvi nell’avventura?
Gabriele: È proprio la parola d’ordine delle mie passeggiate, avventura. Mi piace perdermi, muovermi senza cartina. Credo che il vero modo di conoscere un posto sia scoprirlo senza filtri, magari notando tutte le piccole cose che con un occhio più familiare non si vedrebbero neanche.
Marco: Beh, l’assetto selvaggio attrae sì, ma non bisogna dimenticare l’importanza delle direttive si sicurezza principali, non dimentichiamo che avere dei punti di riferimento, delle tracce da seguire, è fondamentale.
Laura: Credo che prima ancora, o almeno parallelamente con un’esplorazione della natura, il trekking sia una esplorazione di sé. Al di là delle esagerazioni iperboliche è così. Nel senso che quando decidiamo di fare un’escursione stiamo preparando i nostri polmoni a respirare aria nuova, buona, le gambe a muoversi.
Intanto uno sguardo alle nostre spalle, visione incantevole con le colline dipinte di varie sfumature di verde che fanno da cornice al lago di POLVERINA. Chiediamo a Marco come procedere e a tutti e tre, alla luce delle loro affermazioni precedenti: che rapporto avete con la figura della guida, in queste occasioni?
Marco: Ora iniziamo la salita vera, un sentiero di montagna con sassi di roccia, rovi e spini, e basta dire questo per rispondere anche alla domanda sull’importanza della guida. Avere qualcuno che ti scorta è fondamentale. Salvavita in certi casi. Arriviamo quasi in cima, dove il vento scompiglia la natura e fà una cantilena con gli animali, caprioli, cervi, cinghiali. Il posto si chiama monte di SCAPECCIA .
Gabriele: Importantissimo in un’escursione è uscire con la guida giusta. Ogni guida ha un percorso, uno stile, pone l’accento su un determinato passo o luogo rispetto ad un altro. Quando le sue intenzioni e i suoi focus si ritrovano con la tua personalità è fantastico.
Laura: Camminare vuol dire anche affidarsi agli altri, riconoscere una guida e rispettarla aiuta a crescere e ad accrescere il senso di umiltà e ascoltarlo. Molto spesso una guida valida saprà illustrarti nel dettaglio flora e fauna e al contempo lascerà il tempo ad ognuno per assimilare. La guida è il direttore d’orchestra che deve coordinare e far imparare a comunicare e rispettare i tempi del gruppo.
Dieci minuti di sosta per dissetarci e rallegrare il nostro olfatto con i profumi dei mille fiori e frutti del bosco e sottobosco, i funghi prataroli sono una delizia locale, e si inizia la discesa verso MASSAPROFOGLIO, paese interamente protetto da torri medioevali. Ora che si riprende il respiro ne approfittiamo per chiedere, appunto, come si gestisce il passo, il fiato, in un’escursione?
Gabriele: Raramente si è da soli, e ci si può sentire liberi di avere il proprio ritmo, spezzare il fiato quando si vuole e ripartire, ma questo non è necessariamente un male, molte volte imparare a gestirsi insieme agli altri aiuta per conoscere il proprio corpo.
Laura: Le belle mucche e i cavalli allo stato brado che abbiamo appena incontrato mi fanno pensare che ognuno di questi animali ha un respiro e ognuno trova il modo di coesistere con l’altro nello spazio. Così è anche un po’ in una passeggiata. Nella vita mi azzardo a dire. Respirare poi vuol dire rivitalizzare il corpo, la mente e lo spirito. Mirare la consapevolezza dei passi, focalizzarsi sul proprio corpo che si libera e ripulire la mente dalla quotidianità è rigenerazione pura.
Marco: Aggiungo una nota tecnica, per imparare come si gestisce il proprio passo nel trekking lo stretching ad inizio e fine percorso è fondamentale. Intanto stiamo uscendo dal paese e proseguiamo verso FIUME, altro piccolo agglomerato di case, in alto, su uno scoglio, emerge una chiesa, LA MADONNA DI PREFOGLIO.
Manca un’ora e mezza più o meno alla fine di una passeggiata che è durata un’intera mattinata. Vi sentite smaniosi di arrivare? Qual è il vostro rapporto con la velocità?
Gabriele: In una passeggiata si inizia a capire la differenza tra velocità e fretta. Io non sono uno che indugia più di tanto nei posti, perché amo vedere sempre cose nuove, ma questo non vuol dire che io abbia fretta, a volte i miei percorsi durano molto tempo, e ciononostante non sono così bramoso di arrivare alla fine.
Marco: Il rifiuto dell’ossessione per la velocità nella declinazione che ci imponiamo nella vita quotidiana è il primo sprone che avvicina ad una passeggiata nella natura. Proprio di tempo che si autodefinisce ci parla la strada che stiamo percorrendo, che la leggenda vuole percorsa da S. PIETRO e S. PAOLO per recarsi a ROMA, e che ci porta all’EREMO DEI SANTI, prima tempio pagano, poi rito di culto dei romani, poi convento cristiano per finire casa di eremiti. La chiesa si apre solo per riti speciali, e sempre il giorno dopo pasquetta, in quell’occasione come tradizione si offre la colazione pasquale con prodotti tipici marchigiani: ciauscolo, pizza dolce, salame, formaggio, il tutto annaffiato con del vino asprigno locale.
Laura: Ritengo che ogni posto abbia una sua velocità intrinseca che va rispettata e in caso ritrovata, o, se vogliamo, che ridare la lentezza giusta al posto giusto sia la condizione essenziale per gustare sé stessi nel' atto di riflettere, meditare. Bisogna darsi il tempo di buttare fuori quello che non ci serve e riempirci dell’aria e della bellezza nuove. E con il corpo anche il pensiero si pulisce. È davvero difficile che si finisca un percorso con lo stesso stato energetico con cui lo si è cominciato.
E così è per noi. Con il morale alle stelle arriviamo a PIEVETORINA, dove si trova il museo che celebra la terra marchigiana e dove termina il piccolo viaggio con un po’di stretching!

Breve commento sull'intervista dell’amica Laura.

Conosco Laura da poco tempo, qualche mese appena, una conoscenza nata per caso, per la necessità del rilascio di un documento per il quale c’è l’obbligo di sottoporsi a visita psicologica. Laura è la psicologa che mi ha fatto la visita, le domande, che ha cercato di comprendere chi ero, e ci è riuscita. Parlando ci siamo resi conto di avere cose in comune, io ho vissuto a Bastia Umbra e Lei ha dei parenti in quella cittadina, entrambi abbiamo la passione per dei paesini compresi nel territorio del Parco dei Sibillini, Lucciano per Laura e Castelsantangelo Sul Nera per me, inoltre siamo impegnati per far conoscere questo territorio e la storia delle genti che vi hanno vissuto e che ci vivono ancora. Così per caso è nata l’idea di collaborare e delle famose interviste che Laura fa a persone vere e che poi vengono pubblicate sulla pagina dell’Associazione Sibilla Appenninica.
Pochi giorni fa, ero in ferie e ho potuto leggere con maggior attenzione l’ultima intervista (questa sopra), e mi sono reso conto che le domande e le risposte, oltre a quello che dicevano a parole, avessero anche un significato più profondo, introspettivo, che andava a toccare temi legati con l’inconscio, al io profondo, carico di ricordi di vita vissuta e anche a quelle parti di vita che altri hanno vissuto, ma che condividendocele ci hanno reso partecipi di stati d’animo che sono diventati anche nostri.
Qualche hanno fa scrissi qualcosa : “ Cosa mi ha insegnato il mio amico Orazio” che parlava di circostanze che io non avevo vissuto direttamente, ma condividendole con me ne ero diventato partecipe e mentre pensavo che ero a conoscenza di stati d’animo che altri avevano vissuto, ma che mi avevano trasmesso con il racconto, ho capito due cose: la prima l’importanza della condivisione, la seconda che le parole, oltre l’udito, possono toccare parti più intime e profonde, l’anima per esempio.
Tutto questo miscuglio di pensieri mi si è affollato in testa mentre ero in un posto “particolare”: il Cimitero di Guerra Americano di Nettuno, davanti agli occhi migliaia di croci e stelle di David bianche, per la precisione più di settemila, oltre a tremila nomi incisi su lastre di marmo, le croci e le stelle per i corpi che si sono potuti seppellire ed identificare, i nomi incisi sul marmo per quelli che sono stati uccisi, ma di cui non è stato possibile trovare il corpo, era il 9 luglio di quest’anno e le due grandi bandiere Americane presenti erano entrambe a mezza asta.
Cosa pensare…………. tanti Americani morti per liberarci dai nazi-fascisti, molti di loro partiti volontari, un grazie è doveroso, ma insieme un senso di smarrimento e di dolore, non capivo dovuto a cosa…………
Poi ha tirato una folata di vento, le bandiere a mezza asta si sono come spalancate e l’illuminazione ha fatto chiarezza su quel senso di malessere, era un grido di dolore quello che ho sentito, era il grido di quegli americani morti per liberare noi dalla dittatura degli uomini che gridavano contro la dittatura dei pregiudizi che rendono ancora schiavi molti loro connazionali, uno per tutti: il colore della pelle.
Su ogni croce o stella di David c’è scritto nome, cognome, data di morte, corpo od arma di appartenenza, niente altro, in nessuna parte vi è scritto Black or White!
Tutti insieme quei bravi ragazzi gridavano, ed io sono riuscito a sentirli, che hanno vissuto e combattuto e sono morti per liberare il mondo dal’odio razziale, dallo sterminio di popoli perché di etnie diverse o di diversa religione, hanno fatto una grande “passeggiata” lunga mesi ed anni, lunga migliaia e migliaia di chilometri, hanno visto posti che mai da soli avrebbero potuto visitare, hanno dormito e mangiato e fatto ogni cosa gli uni vicini agli altri e condiviso pensieri e stati d’animo, facendosi coraggio o piangendo insieme, ma la cosa meno importante, per loro, è stato il colore della pelle.
NON si sono rassegnati, combattono ancora, dopo morti hanno la necessità di farci capire che tutto ciò che divide è un male, e gridano per far sentire ai troppi “sordi” la loro rabbia, se oggi il colore della pelle o la religione divide ancora, sono morti invano!
L’importanza di stare insieme, di condividere momenti belli o brutti, di parlare o di ascoltare, il visitare insieme posti sembra una cosa semplice e scontata, ma se si guarda e si ascolta non solo con gli occhi e le orecchie, ma anche con il cuore e con l’anima le cose che si scoprono sono infinitamente di più.
Grazie Laura per avermi fatto aprire gli occhi su cose che guardavo ogni giorno senza vederle.


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la chiesetta di Lucciano all'ingresso del paese

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